Riconoscere i pregiudizi invisibili con la lente intersezionale

Genere, etnia[1], classe sociale, orientamento sessuale, età e nazionalità: ogni persona è definita da una combinazione di aspetti della propria identità. Sebbene tutte le combinazioni siano possibili, le persone non le percepiscono in modo equivalente e quindi non le riconoscono con la stessa facilità. Alcune combinazioni, come quella degli uomini bianchi, tendono a essere maggiormente ascoltate, visibili e avvantaggiate sul piano storico, culturale e politico. Questo garantisce loro uno status privilegiato e un maggiore accesso alle risorse, rispetto ad altre combinazioni degli stessi gruppi sociali, come le donne nere, che invece vengono spesso ignorate e svantaggiate (e.g., Goff & Kahn, 2013). Negli ultimi decenni, una serie di approcci focalizzati sull' “intersezionalità” ha mostrato che le persone appartenenti a più gruppi storicamente, culturalmente e politicamente svantaggiati hanno maggiori probabilità di essere marginalizzate rispetto a chi appartiene a un solo gruppo svantaggiato. L’intersezionalità è un approccio che riconosce e analizza queste esperienze specifiche di marginalizzazione e si interroga su come costruiamo la rappresentazione di persone con molteplici combinazioni di identità sociali marginalizzate, e su come possiamo rendere le loro esperienze più eque e giuste. Un approccio intersezionale significa prestare attenzione anche alle minoranze che esistono all'interno dei gruppi minoritari, spesso trascurate, e riconoscere che questi gruppi non sono affatto omogenei. Il presente contributo ripercorre l’evoluzione degli studi legati a questo approccio, che hanno contribuito a comprendere meglio le esperienze di persone marginalizzate per molteplici aspetti della loro identità. Queste persone rischiano infatti di finire in una particolare zona d’ombra, che – come vedremo – viene definita “invisibilità intersezionale”.
 

Le origini dell'intersezionalità

 
La parola "intersezionalità" è stata coniata nel 1989 da Kimberlé Crenshaw, teorica della Critical Race Theory e attivista per i diritti civili, per rendere visibile l'oppressione subita dalle donne afro-americane, che non trovava un’adeguata rappresentazione né nel femminismo, né nell'antirazzismo. Il femminismo, infatti, basava le sue narrazioni sulle esperienze delle donne bianche, assumendo che queste fossero analoghe a quelle di tutte le donne, incluse le donne nere. L'antirazzismo invece assumeva l’esperienza degli uomini neri come rappresentativa dell’intera popolazione nera, incluse le donne nere. In questo modo, le specifiche discriminazioni di cui erano vittime le donne nere venivano escluse sia dai discorsi su sessismo, sia da quelli sul razzismo. Un esempio emblematico citato da Crenshaw riguarda la causa DeGraffenreid vs. General Motors (1976), intentata alla fine degli anni Settanta da cinque donne nere che accusarono l’azienda di discriminazione. Il tribunale respinse la causa sostenendo che non vi fossero prove sufficienti né di discriminazione di genere, poiché la General Motors assumeva donne bianche negli uffici, né di discriminazione razziale, poiché l’azienda assumeva uomini neri nelle linee di produzione. Tuttavia, questa argomentazione ignorava la realtà intersezionale delle donne nere, escluse da entrambe le categorie. Crenshaw propose un cambio di prospettiva radicale: partire dall’esperienza delle donne nere per mostrare i limiti di un approccio “a un solo asse”, che considera un’unica appartenenza sociale alla volta o somma meccanicamente più appartenenze. Questo modo di ragionare, spiegava, finisce per distorcere le esperienze uniche di chi vive la discriminazione che nasce dall'intersezione e dalla costruzione reciproca di più identità minoritarie sociali. Il rischio? Politiche e narrazioni incapaci di riconoscere e contrastare le forme più complesse di discriminazione.
 

Cosa dice la ricerca empirica?

 
Diversi studi hanno testato sperimentalmente le intuizioni di Crenshaw fornendo dati empirici a supporto di forme di “invisibilità” legate alle identità intersezionali. Ad esempio, in un esperimento condotto da Goff e Kahn (2013), ai partecipanti veniva chiesto di pensare a una vittima di razzismo o di sessismo, specificandone genere ed etnia. I risultati rivelarono che la maggior parte dei partecipanti pensava agli uomini neri come vittime di razzismo e alle donne bianche come vittime di sessismo. Questo studio offre una prova empirica del cuore della teoria di Crenshaw: chi appartiene a più di un gruppo svantaggiato rischia di essere doppiamente marginalizzato, perché non viene riconosciuto né per una né per l’altra identità, diventando così ‘invisibile’ rispetto a entrambe. Una possibile spiegazione di questo fenomeno risiede nel prototipo: una rappresentazione mentale semplificata usata per identificare i membri dominanti di una categoria o di un gruppo sociale. Ad esempio, il prototipo associato alle persone nere tende a essere stereotipato come maschile, mentre quello associato alle donne tende a essere caratterizzato da tratti tipicamente associati alle persone bianche (Ghavami & Peplau, 2013; Goff et al., 2008; Schug et al., 2015; Thomas et al., 2014). Di conseguenza, le persone che appartengono a più gruppi subordinati, come le donne nere, si discostano da entrambi i prototipi dominanti. A livello socio-cognitivo, questa discrepanza si traduce in una forma di “invisibilità intersezionale”: una difficoltà sistematica nel riconoscere queste persone a livello sociale, politico e culturale, poiché non corrispondono pienamente ai prototipi cognitivi di nessuna delle categorie a cui appartengono (Goff & Kahn, 2013; Purdie-Vaughns & Eibach, 2008). L'invisibilità intersezionale non riguarda solo le donne nere, ma anche altre combinazioni identitarie. Ad esempio, quando si intersecano orientamento sessuale ed età, emergono vissuti specifici che distinguono le esperienze degli uomini gay anziani e delle donne lesbiche anziane da quelle delle persone gay e lesbiche più giovani, ma anche dalle persone eterosessuali anziane. Questa doppia appartenenza può esporre a forme particolari di pregiudizio e discriminazione, proprio in virtù della loro posizione intersezionale subordinata (non giovani e non eterosessuali, Berger, 1982; Fenkl, 2012; Wahler & Gabbay, 1997). In certi contesti, come quello sanitario, queste persone finiscono per diventare "quasi completamente invisibili" (Price, 2005, p. 16). Gli uomini gay anziani e le donne lesbiche anziane possono provare disagio ad accedere ai servizi sanitari a causa della presenza di pregiudizi legati all’orientamento sessuale nei contesti di cura. Inoltre, possono non essere riconosciuti come parenti prossimi, con la conseguente esclusione dall’accesso ad alcune informazioni sullo stato di salute dei loro partner e dal coinvolgimento nei processi decisionali relativi al fine vita e alle fasi successive alla morte del partner. La riluttanza a rivelare il proprio status relazionale e il proprio orientamento sessuale per timore di possibili reazioni negative da parte degli operatori sanitari può incidere ulteriormente sulla possibilità di fornire un adeguato supporto nel ruolo di caregiver. Le persone gay e lesbiche anziane mantengono bisogni di intimità e desideri sessuali, che, tuttavia, possono non essere espressi per paura di reazioni ostili. Rispetto alle persone gay e lesbiche più giovani, le persone anziane possono sperimentare livelli più elevati di ansia legata a queste barriere perché la loro identità sessuale si è sviluppata in un periodo storico in cui la non adesione all’eteronormatività era socialmente scoraggiata (Price, 2005; Stinchcombe et al., 2017). In un’analisi empirica della forma di invisibilità derivante dall’intersezione tra orientamento sessuale ed età, Carnaghi et al. (2022) e Coladonato et al. (2023) si sono concentrati sulla rappresentazione cognitiva degli uomini, sia gay sia eterosessuali, sia giovani sia anziani. I risultati hanno mostrato che il prototipo di "uomini gay", ma non quello di "uomini eterosessuali", è rappresentato da esemplari giovani, mentre il prototipo di "uomini anziani", ma non quello di "uomini giovani", è rappresentato da esemplari eterosessuali. La combinazione "uomini gay anziani" risulta quindi cognitivamente invisibile, poiché non corrisponde al prototipo né dell’una né dell’altra categoria. Una conseguenza di questa forma di invisibilità è che gli uomini gay, più delle donne lesbiche, tendono a interiorizzare l’idea che la società si aspetti da loro un invecchiamento precoce rispetto ai loro corrispettivi eterosessuali, un fenomeno denominato “invecchiamento accelerato” (“accelerated aging”, e.g., Bennett & Thompson, 1990; Coladonato et al., 2025). In maniera simile, l'intersezione tra genere e orientamento sessuale è modellata dall’androcentrismo e dall'eteronormatività. Questi due sistemi di credenze implicite portano a considerare gli uomini come prototipici della categoria “persone omosessuali” rispetto alle donne e ad assumere che “tutti” siano eterosessuali. È stata anche indagata l'intersezione tra orientamento sessuale ed etnia. In generale, le persone assumono che gli uomini siano eterosessuali per default (Herek, 2007; Lick & Johnson, 2016), sebbene questa assunzione sembri variare tra i diversi gruppi etnici. Una ricerca recente condotta da Coladonato e colleghi (2026) ha indagato, con diversi metodi di misurazione degli stereotipi, l’intersezione di orientamento sessuale (omosessuale, eterosessuale) ed etnia (uomini asiatici, bianchi, neri), confermando la presenza di un’assunzione di eteronormatività in riferimento a tutti i gruppi etnici considerati. Tuttavia, la forza di questa assunzione variava tra i gruppi etnici. Sebbene tutti i gruppi etnici venissero caratterizzati di più dai tratti stereotipici degli eterosessuali rispetto ai tratti stereotipici degli omosessuali, questo pattern risultava meno marcato per gli uomini asiatici. Inoltre, l’eteronormatività delle categorie etniche veniva cognitivamente costruita in maniera differente: gli uomini bianchi erano maggiormente associati ai tratti stereotipici degli uomini eterosessuali (e.g., bevitore di birra, privilegiato), mentre gli uomini neri erano caratterizzati dalla mancanza di tratti stereotipici degli uomini gay (e.g., femminile, debole). La rappresentazione cognitiva degli uomini eterosessuali seguiva una struttura gerarchica basata sull’etnia, privilegiando i tratti stereotipici associati agli uomini bianchi rispetto a quelli associati agli uomini neri e, successivamente, a quelli associati agli uomini asiatici. La rappresentazione degli uomini gay invece era prevalentemente caratterizzata dall’assenza dei tratti stereotipici degli uomini neri.
Questi studi suggeriscono che gli uomini eterosessuali asiatici e gli uomini gay neri vengono percepiti come meno “tipici” o rappresentativi delle rispettive categorie - ossia, di quella degli uomini eterosessuali e di quella degli uomini gay. Questa stereotipizzazione può avere implicazioni rilevanti. Da un lato, gli uomini eterosessuali asiatici rischiano di essere più difficilmente riconosciuti come eterosessuali e di dover ricorrere a comportamenti compensatori per affermare il proprio orientamento sessuale. Dall’altro, questa stereotipizzazione può minare la credibilità delle esperienze degli uomini gay neri, rendendo più difficile il riconoscimento dei loro vissuti di discriminazione o esclusione. Ad esempio, nei percorsi di richiesta d'asilo, agli uomini gay neri potrebbero venir richieste più prove a conferma del loro orientamento sessuale dichiarato (Coladonato et al., 2026). Un altro esempio di invisibilità intersezionale riguarda i cittadini di “seconda generazione”, la cui identità si colloca all’intersezione tra il background migratorio (almeno un genitore nato all'estero) e l’identità nazionale del paese ospitante (il riconoscimento di sé come cittadini di quella nazione). In questo caso, l’invisibilità intersezionale si manifesta nella rappresentazione di queste persone come “non pienamente” appartenenti all’identità nazionale del paese ospitante (Martiniello & Verhaeghe, 2022; Yogeeswaran & Dasgupta, 2010).
 

Cosa fare?

 
Affrontare l'invisibilità intersezionale significa riconoscere e dare voce alle identità specifiche. Per farlo, è necessario interrogarsi sugli stereotipi culturali e promuovere interventi capaci di trasformare come le identità intersezionali vengono rappresentate – o ignorate – nei media, nell'istruzione, nella ricerca e nelle politiche pubbliche.
I media contribuiscono a plasmare gli stereotipi culturali. Mostrare protagonisti, per esempio di serie televisive, con identità intersezionali, come donne nere, uomini anziani omosessuali, contribuisce a restituire visibilità a realtà spesso escluse. Movimenti come #MeToo, Black Lives Matter e SayHerName dimostrano quanto potente sia la visibilità, non solo per denunciare ingiustizie, ma anche per promuovere un cambiamento sociale (e.g., Ronchetti et al., 2018). Campagne educative e materiali didattici possono avere come protagonisti individui con identità multiple subordinate – ad esempio atleti olimpici italiani con origini etniche minoritarie o con background migratorio (almeno un genitore nato all'estero). In questo modo la ‘diversità’ diventa più accessibile nella rappresentazione cognitiva dei connazionali, favorendo una maggiore consapevolezza della diversità del proprio gruppo. Un altro passo fondamentale è raccogliere dati che tengano conto delle esperienze intersezionali. La ricerca che analizza i dati considerando simultaneamente più variabili demografiche – e il modo in cui esse interagiscono e si costruiscono reciprocamente – è fondamentale per evidenziare come le barriere, ad esempio nell’accesso alla sanità, si combinino e incidano su determinati gruppi di persone (e.g., Kapilashrami et al., 2018; Price, 2005).
Infine, è fondamentale promuovere politiche e leggi che riconoscano e affrontino le discriminazioni intersezionali, garantendo tutele a chi spesso rimane invisibile. Ad esempio, la Commissione Europea (e.g., European Commission, 2020, 2025), ha dichiarato di voler raggiungere la parità di genere attraverso strategie che tengano conto non solo del genere, ma anche della sua intersezione con altre caratteristiche identitarie, riconoscendo che da queste intersezioni possono nascere forme specifiche di discriminazione.
 

Glossario

 
Critical Race Theory è un quadro teorico e analitico sviluppato inizialmente negli Stati Uniti negli anni '70 e '80 da studiosi come Derrick Bell, Kimberlé Crenshaw, e altri. Originariamente formulata come una risposta alle insufficienze del diritto civile tradizionale nel trattare le questioni razziali, la CRT si è evoluta in un approccio ampio che esamina come il razzismo sia radicato nelle strutture legali e culturali di una società.  
 
Eteronormatività è un concetto utilizzato per descrivere il modo in cui la prevalenza, le norme sociali e le aspettative fanno assumere che l'eterosessualità sia la preferenza sessuale di default e l'unico orientamento sessuale naturale o normale. Questo concetto implica che le pratiche sociali siano costruite attorno all'idea che le persone siano eterosessuali, e che i ruoli di genere tradizionali (uomo e donna) siano la norma.
 

Bibliografia

 

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Carnaghi, A., Rusconi, P., Bianchi, M., Fasoli, F., Coladonato, R., & Hegarty, P. (2022). No country for old gay men: Age and sexuality category intersection renders older gay men invisible. Group Processes & Intergroup Relations, 25(4), 964–989. https://doi.org/10.1177/1368430220987606  
 
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Coladonato, R., Carnaghi, A., Ciosk, M. A., Bianchi, M., & Piccoli, V. (2023). A cognitive look at the “invisibility” of older gay men within the categories ‘Gay Man’and ‘Elderly Man’. Journal of Language and Social Psychology, 42(2), 231-244. https://doi.org/10.1177/0261927X221137581    
 
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[1] Il termine etnia è inteso come un costrutto sociale, non come categoria naturale o biologica.